Sulle tracce dell’orso

Fu su una rivista specializzata che vidi per la prima volta delle foto delle Dolomiti del Brenta e del Lago di Tovel; era la fine degli Anni ’80 e in una stanza della caserma che mi teneva prigioniero lessi un articolo di un itinerario di motociclismo che si snodava in Val di Non per terminare sulle rive di Tovel, il lago che si “colorava di rosso”.

L’articolo mi piacque e quando il congedo mi ributtò alla vita civile, in quella stessa estate preparai la mia Honda XL e cartina alla mano mi diressi per le valli del Trentino in direzione Lago di Tovel, sulle cui sponde il paesaggio mi tolse subito il fiato per la bellezza paradisiaca. Non sapevo ancora che molte altre volte avrei percorso quei sentieri, dormito nelle malghe e nei bivacchi locali, scalato quelle cime, e non sapevo che mi sarei appassionato alla montagna. Allora, seduto sulla riva aspettavo che l’alga, tramite il calore, potesse accendere di rosso le acque del lago, ma il fenomeno era praticamente terminato per cui rimasi deluso.

Tornai però in autunno, e parlando con un operatore del posto scoprii che il parco era popolato anche dagli orsi. Mi raccontò che erano pochi e difficili da vedere, e nonostante il territorio si prestasse alla loro presenza, gli esemplari presenti per svariati motivi non erano in grado di riprodursi. Molti anni dopo scoprii che si trattava di Fabio Osti tra i promotori del progetto per il reinserimento dei plantigradi nel parco Adamello Brenta.

Forse per affinità caratteriale con questo mammifero, o forse perché nella mia infanzia non ho mai potuto abbracciare quel tenero peluche, l’idea di un incontro con un orso in quei luoghi mi affascinava molto e le possibilità che ciò potesse accadere aumentarono alla fine anni ’90 con l’inserimento dei primi esemplari provenienti dalla Slovenia. Grazie ad Alberto, un guardaparco presente dall’inizio al progetto, scoprii la difficoltà di restare al passo di questi primi esemplari, e aneddoti sul carattere di alcuni di loro, tra i quali si faceva notare una femmina, Jurka, madre di moltissimi degli esemplari tuttora circolanti nel territorio.

Più recentemente, fu grazie al racconto di un pastore che mi ritornò la voglia di tornare sulle tracce dell’orso. Lorenzo (questo il suo nome), sui prati del Valandro (a sud del Brenta), aveva avuto una esperienza di odio e amore con gli orsi, che gli arrivarono a pochi metri, sfidavano lui e i suoi cani, prendendo a volte le pecore, molte altre rimanendo pigramente riversi sull’erba, a prendere il sole vicino al gregge senza che nulla succedesse, con il pastore che li osservava, parlava loro cercando anche di scacciarli dal bene che lui aveva più prezioso. Fino a quando una femmina che spesso si aggirava su quei pendii, con la quale Lorenzo aveva un rapporto sempre di accortezza, un giorno gli fece cambiare idea, scatenandosi inferocita sul gregge e facendo una strage, spingendo quindi i pastori ad andarsene definitivamente dai pendii del Valandro.

Passò del tempo, ma mosso dal ricordo di quei racconti mi ritrovai nuovamente in una bella giornata di metà Settembre a risalire i sentieri che portano verso i prati della Malga Valandro, ora ristrutturata e chiusa, sul retro della quale però trova posto un bellissimo bivacco allora ancora odorante di resina.

Aspettando che venisse il buio mi sedetti fuori su di un pendio nel silenzio totale, ammirando in alto i camosci in cerca di un posto di riposo per la notte, nella speranza di vedere vagare un orso tra questi prati così adatti alla sua indole. La stessa cosa feci la mattina, ma non avendo fortuna, decisi di non ritornare per la strada percorsa all’andata, ma consultando la cartina individuai una traccia che scendendo da una valletta in qualche modo mi avrebbe riportato sul sentiero di salita, passando attraverso la Val Gelata fino ad un Capitello che rappresentava il mio punto di riferimento.
Percorsi il pendio più in alto rispetto alla traccia delle greggi, a mezzacosta ai margini delle rocce in modo da poter vedere anche qualche camoscio, utilizzando un cannocchiale che porto sempre con me per poter gustarmi gli incontri con gli animali, per esplorare il territorio, e forse anche perché adesso non ricordo molto bene. Scurtando la Val Gelata che mi portava ad una traccia un po’ meno ripida per raggiungere quella che dall’alto mi apparve come un piccolo torrente, lo sguardo si fermò su di una figura semovente su un masso. Passai subito ad un cambio che stava bevendo, la mia non era certezza assoluta, vidi solo un insieme… era l’orso! Eccomi finalmente, anche se troppo lontano iniziai però l’avvicinamento, cercando di tenermi nascosto dalla sua visuale e dal suo olfatto, grazie alla leggera brezza che scendeva dalla valle, mi tenevo sottovento. Facendo riferimento al grosso masso, scesi velocemente controllando di tanto in tanto la presenza dell’animale che nel frattempo si era alzato di qualche metro, e si era messo indisturbato a mangiare qualche cosa. Rimasi ad osservarlo nella sua bellezza, finché ad un tratto di lato si muove assumendo l’aria fiuta, fermo per un secondo guardando nella mia direzione, con passo calmo ritornò all’interno del bosco. A quel punto iniziai a correre verso il torrente ed in una gola di minus arrivi dove l’avevo visto controllare e li trovai una pozzanghera con un Pisolitta.

Puntai il bosco seguendo una piccola traccia che affiancava il minuscolo torrente e si rialzava a monte per un affioramento per l’ingombro del mio zaino, spandendo e vedessi fosso fortunato: mentre gli sarii arrivato alle spalle riuscendo a scattare una foto. Continuai a cercare inseguendo una orsa che non sapevo nemmeno dove fosse andata, seguendo la strada più ovvia finché arrivato così fiutare un bel bivio sentii:

— Oh tu che corri così tanto, me domando chi l’è? quel che che corse drio,
cossa l’avesse da far, anca de stà trop adeso?
— Me invece no, la pele ghe stava comoda e mi l’ò girì verso il soleno dea voce
che l’era montà e lo vide montare giù fino al Forcelin dal Capellet disi
— Ma che sciaopet! e la s’ciopet no che l’era un orso!
— Ma no la forse che me rcordi, l’ave una macia bionda, de già gir per el sentir
che l’era stada drio fassa ne le Pale, ma l’ò segù perché lo conossù.
— Ah, se l’era quela! Adeso no, le bestie xe tropi e no ghe vo pi con mi!
— Ah, ghe ne xe tant, anca quanta ghe ne visi mi, me no so mai ben de l’oggie
che me conti, ma l’era orso.

L’incontro terminò lì, ma ricordo della vita in quei boschi come cacciatore, di quando vidi i primi orsi, della femmina con i quattro cuccioli, degli azzanni che le cronache hanno sempre vari per non rinovarli tristemente i ricordi per l’orso. Incontrai più volte ancora Lorenzo, il pastore del Valandro per rimpiangere le pecore sbranate, ma convenimmo pacifici da tutte e due le parti. Era un animale, insomma, di una convivenza pacifica da tutelare e difendere.

E anche di un abbraccio, ancora più forte del primo, anche se cacciatore, e un amico di orsi come me.

Scesi nuovamente verso la traccia che dal Malga Plaz.
Era settembre, ma sentii ancora l’eco delle parole dei montanari che mi incrociarono sui sentieri mi fermati spesso, ma mi rimase la voglia di un incontro sul crepuscolo e di un altro racconto.

E sentii così un forte abbraccio al mio pensiero orso, ad un patto per ché quello si ricorderà sì sempre lo!