Il Tor des Geants: cammina tanto e impara a soffrire
«… che cosa ci faccio su questa montagna alle due di notte, sono quattro giorni che corro e cammino, non sento più il mio fisico, non so se è la stanchezza che mi provoca allucinazioni o il vedere nel buio della notte animali che mi accompagnano: di sicuro non sono più il mio corpo.
Credo che la mia anima sia uscita a rincorrere queste figure che sfilano con una carezza, in questo magico bosco, in questa splendida sfida».
Amo la natura, dal mare alla montagna, ma è su quest’ultima che ho deciso di passare la maggior parte del mio tempo libero. In montagna ho camminato, scalato e iniziato a correre un po’ per gioco e un po’ per necessità perché avevo voglia di vedere tutto e presto, andavo sempre oltre, mi sentivo forte e immortale, poi qualche incidente ha un po’ rallentato il mio spirito, ma nella corsa ho deciso di chiedere qualcosa in più, così essendo ad allenarmi con Daniele ed altri amici e con il mia compagna.
Siamo una sessantina noi de: “Fagiani imprendibili”, corriamo un po’ dappertutto, ma l’obiettivo principale sta nelle corse in montagna. Passione e umiltà ci portano ad affrontare enormi fatiche fisiche che ovviamente noi amiamo, per cui passo verso qualche gara d’atleti d’obbligo, alcune volte non parti preparato, altre invece ti gusti l’arrivo dopo ventidue ore …

di corsa. I trail sono delle lunghe distanze con salite importanti dove, dopo una corsa in discesa, ci prepari ad affrontarne un’altra in salita. La preparazione è fondamentale, per la testa lo è ancora di più: infatti io ho imparato a sfidare soprattutto me stesso, ed è così che sfida dopo sfida decidiamo di riservarci alla sfida delle sfide ed è così che al pari di un mito, il TOR DES GEANTS.
Perciò mi trovo ad essere l’unico del gruppo ad essere sorteggiato, e questo mi dispiace molto, avrei voluto ci fosse stato anche Daniele, e così mi trovo senza conoscere nessuno, con centinaia di atleti provenienti da tutto il mondo là ad ovest di questa gara.
Già al ritiro del pettorale si avverte già emozionando, chiudi gli occhi e nel buio respiri e via, si parte! Attorno a noi un muro di gente che urla, fa il tifo e applaude, credi di sapere quello che mai più ti accadrà, ma non lo sapevi esattamente fino alla fine.
Siamo in Valle D’Aosta, ogni villata, ogni tele, ogni cima e ogni panorama esalta e ci aiuta ad affrontare la fatica, persino la partecipazione dei valdostani è particolare, i volontari sono insip, la corsa è sentita in tutta la regione, tutto è organizzato in modo impeccabile, per sentirti sicuro le persone ti incitano e ti salutano, persino le mucche sembra ti diano fiato.
Devo affrontare la gara con la mia sola esperienza e qualche consiglio, i punti di appoggio sono le “basi vita”, dove eseguo il mio rituale: apri la borsa, togli scarpe e calze per far respirare i piedi, metti le ciabatte, cambi la maglia, e un bagno, mangia, controlli i piedi, assicurati di aver tutto quello che ti serve, riempi le borracce e fai caldo, richiudi la borsa, consegnala e riparti. Questo è quello che bene o male vuol dire rispettare nelle varie basi vita, aggiungendo una doccia nei prossimi giorni. Durante la gara sono sostenuto dai messaggi degli amici, e in alcuni tratti del percorso riesco a camminare con quelli che sono venuti a trovarmi, i primi giorni molto duri passione velenemente, e anche se lentamente pochissimo mi sento bene, scendo come un fiume, in alcuni tratti ho iniziato ad infiammarsi, non prima di essermi fatto una bella vescica, la prima da quando sono partito.
Ho già qualche chilometro con una brutta mezza per paura di scivolare. Pensiero di saggio, faccio una cosa che non facevo da un po’: corro, cerco di portare la starda giusta imparando contro me stesso. Borbotto dentro di me, non posso mollare, non posso fermarmi, non posso sbagliare! Alla partenza ero gasato da foto più di 200 km… e si gas, che mi ha fatto prendere la segna che ho fatto 150. Finché non arriva quella crisi di mezzanotte che ti stende ma non ti perdona! Inizia a correre con qualcuno per riprendere la strada e quando ti ritrovo ancora gasato e ci scherzo sopra, ma la fatica si fa sentire. Non ho un buon approccio, devo andare piano, mi fermo spesso e poi riparto.
C’è chi mi supera e chi continua con me, ma poi c’è qualcosa che non va! Sono in piena crisi, mi giro, cerco una cioccolata. Mi serve un momento, ma non ne ho nessuna, transito a quel controllo e guardando il bordo sentiero, e proprio lì vedo due barrette, le raccolgo, mi rialzo e riparto! Incazzato con me stesso, ma grato di aver trovato quell’energia che mi ha ridato coraggio. Momento!! C’è qualcosa che non va! Sono in preda alle allucinazioni. Faccio molta fatica a controllarmi, provo a sedermi, ma dopo un po’ non ricordo più perché mi sono fermato lì, mi rialzo e parlo ad alta voce con la speranza di svegliarmi un po’, ma inciampo continuamente, mi chiedo in piena solitudine chi me lo ha fatto fare e perché mi trovo in quella situazione. Sono arrabbiato e nervoso, bestemmiò e vorrei tanto fermarmi, ma non posso, oppure non ce la faccio… alterno questi stati d’animo con momenti di buio completo dove non so più quello che faccio e riparto come un automa, non mi riconosco più, ma devo proseguire, mi sento pesante ed vulnerabile. Il Col del Malatra non è molto lontano, però mi sembra irraggiungibile, sono arrivato sulla sua sommità vedo l’ultima lunga discesa che porta a Courmayeur e quindi alla fine… eccolo, vedo la famosissima rampa di legno con la scritta “FINISH!”, salgo sulla rampa e mi scorrono davanti agli occhi tantissime emozioni! FINISHER!!! Finita, è fatta, non riesco a trattenere gli occhi lucidi e piango di gioia. Corro e incontro i miei genitori, la mia compagna Claudia e li abbraccio forte… sono partito 6 sei giorni fa e dopo 340 km e 31.000 mt di ascesa ci sono!
Un pensiero lo dedico anche a Daniele, compagno e amico di mille avventure nello sport e nella vita, il quale mi ha aiutato tanto. Ritrovo il compiaciuto sorriso dei volontari, gli abbraccione e al suo supporto mi sono chiesto che fatica un’esperienza così non può conoscere il significato. Il TOR si è trasformato veramente in un viaggio, e non è ancora finito, e forse non finirà mai perché nella vita stessa. Dentro di me ho ancora tanta voglia di fare bene le braccia incrociate, veterano del Tor, che ad una mia richiesta di consiglio, abbassa la testa e senza guardarmi mi dice: “Cammina tanto e impara a soffrire”.